I mercati agricoli locali sono luoghi per ricchi
NEWSLETTER 017
del Mercato della Terra di FIESOLE
– Contributi di:
Leonardo Galli
Marco Romoli
Silvia Mantovani
Quante volte abbiamo sentito questa frase?
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, anche in continuità con il precedente articolo comparso sulla newsletter di maggio, con un’analisi dei mercati alimentari locali in seguito agli eventi internazionali ed alla globalizzazione.
Qualche dato ritengo sia utile per aiutarci a comprendere meglio e contestualizzare ogni riflessione.
In Italia l’86% degli agricoltori trova nei mercati agricoli un prezzo più equo; a fronte di questo tuttavia solo il 45% dei consumatori percepisce un vantaggio economico. (Dati: World farmers Markets Coalition report)
Ciò che deve essere percepito, però, è che l’acquisto diretto non nasce per far risparmiare chi compra, ma per creare equità fra chi produce e chi consuma. Quello che gli inglesi chiamano “fair trade”.
Per risparmiare occorre andare nei discount e negli hard discount della distribuzione organizzata, nei quali nessuno spiegherà mai qual è il costo per i produttori, per la filiera, per l’ambiente e per la socialità, e tantomeno la maggior parte dei consumatori se lo domandano.
Nell’immaginario collettivo il mercato agricolo è un luogo per benestanti che possono spendere per acquistare prodotti scelti, di qualità e tracciabilità certificata, coltivati con i dettami dell’agricoltura biologica.
Analizzando con maggiore attenzione i dati sui prezzi, si evidenzia tuttavia che i maggiori rincari (spesso ingiustificati) sono, anche recentemente, a carico dei prodotti alimentari di bassa e media qualità. Questo perché la lunga catena di approvvigionamento (supply chain) deve remunerare i vari attori, così che la differenza fra ciò che viene pagato all’agricoltore ed il prezzo che paga il consumatore, lievita a dismisura.
Per rimanere in casa nostra si può citare il caso dell’olio extravergine di oliva.
Gli olii industriali a scaffale hanno quasi raddoppiato il prezzo mentre gli EVO dei piccoli produttori sono rimasti praticamente stabili. Le filiere corte hanno mantenuto praticamente invariati i prezzi.
È la dimostrazione che l’instabilità e le crisi a livello globale colpiscono maggiormente le grandi aziende e meno le realtà locali.
Nel contesto nel quale stiamo vivendo, caratterizzato dal cambiamento climatico e recentemente da conflitti globali, i mercati alimentari locali che collegano le comunità rurali e urbane devono essere protetti e rafforzati a livello territoriale come pietra angolare di sistemi alimentari inclusivi e sostenibili. Negli ultimi cinquant’ anni il mondo ha assistito alla crescita di grandi supermercati alimentari (GDO Grande Distribuzione Organizzata) al dettaglio con catene di approvvigionamento verticali e tendenze verso alimenti trasformati e prodotti confezionati da poche aziende agroalimentari che dominano incontrastate il mercato ed orientano il consumo, piuttosto che verso prodotti freschi e minimamente trasformati. Per i mercati globali ad alto volume, gli ingredienti vengono forniti dai produttori di materie prime, trasformati e commercializzati attraverso lunghe e complesse filiere alimentari.
Lo sviluppo dei sistemi agroalimentari globali è andato di pari passo con la rapida espansione delle città e la trasformazione rurale, con ricadute negative economiche, sociali, sanitarie e ambientali.
Allargando lo sguardo, in alcuni paesi il potere politico e la forza del marketing delle grandi aziende agroalimentari ha aggirato i mercati all’ingrosso di prodotti freschi e ha di fatto soppiantato i mercati alimentari storici.
Vari studi hanno dimostrato che in molte città dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina i mercati alimentari freschi (mercati informali e agricoli) rappresentano una fonte significativa di approvvigionamento alimentare urbano insieme ai mercati al dettaglio e all’ingrosso.
I programmi di protezione sociale si sono concentrati sulla distribuzione dei voucher alle persone vulnerabili, portando a un cambiamento nelle loro pratiche di acquisto e minando i mercati tradizionali. In particolare, poiché sempre più persone vivono in comunità urbane, si è verificata una transizione nutrizionale con fame, inadeguatezza dei micronutrienti e sfide legate alle malattie non trasmissibili collegate alla coesistenza di sovralimentazione (obesità e sovrappeso) e sottoalimentazione (arresto della crescita, deperimento e sottopeso).
L’importanza di mantenere i mercati locali, in alcune aree del pianeta rappresenta un mezzo per affrontare la fame, la malnutrizione, garantire la sicurezza alimentare, la cultura alimentare e i mezzi di sussistenza.
Il mercato agricolo locale garantisce la tutela della biodiversità, il rispetto dei tempi della natura, la qualità del cibo, il rispetto dell’ambiente e la giusta remunerazione degli agricoltori/produttori.
Le ricadute di tutto ciò hanno un impatto diretto sulla nostra salute, quindi indirettamente anche sul nostro portafoglio.
Quel qualcosa in più che paghiamo ci viene quindi restituito ed ha un valore sociale enorme.
Congiunzioni astrali

Posizione dei pianeti il 17 giugno (App. Celestia)
Sarà capitato a molti di voi, in questo mese di giugno, di alzare gli occhi al cielo subito dopo il tramonto e notare due astri vicini ed eccezionalmente brillanti. Si tratta di Venere e Giove, i due pianeti più luminosi del nostro sistema solare: il primo risplende così tanto perché è molto vicino, mentre il secondo deve la sua brillantezza alle sue dimensioni gigantesche.
Questo spettacolare allineamento dura diversi giorni, complice il lento moto orbitale della Terra e dei due pianeti. Nella serata del 17 giugno, lo spettacolo si è arricchito: accanto a Venere è apparsa anche la Luna. Una falce sottile in fase crescente che corre via veloce nel cielo; a causa del suo periodo orbitale di circa un mese, ogni giorno la vediamo spostata verso levante di molti gradi.
Nei nostri cieli urbani, purtroppo “oscurati” dall’inquinamento luminoso, eventi del genere sono rari e colpiscono la nostra attenzione solo quando gli oggetti celesti sono molto luminosi. Nell’antichità, invece, le notti erano velluto nero: non c’erano distrazioni e l’unica vera televisione era la volta celeste osservata a occhio nudo.
Senza l’aiuto di strumenti ottici, gli antichi potevano scorgere il Sole, la Luna, le stelle, le nebulose e le “stelle erranti”, ovvero i pianeti (dal greco planétes – πλανήτης-, che significa proprio “vagabondo”).
Le stelle vennero raggruppate in costellazioni dai nomi mitologici. Erano bussole fondamentali: dettavano i tempi del calendario, indicavano ai nomadi quando migrare e agli agricoltori quando seminare. Servivano – e servono tuttora – per orientarsi sia in mare sia sulla terraferma. Le nebulose, invece, apparivano come deboli macchie lattiginose. Dal nostro emisfero, le uniche visibili a occhio nudo sono la Nebulosa di Orione e Andromeda (che in realtà è una galassia).
Tornando ai pianeti, quelli visibili a occhio nudo – Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno – catturavano l’attenzione degli osservatori perché si muovevano tracciando traiettorie strane e apparentemente bizzarre, spesso persino retrograde.
Solo Pitagora capì, ad esempio, che Vespero (la stella della sera) e Lucifero (la stella del mattino), erano in realtà la stessa manifestazione di Venere. Per gli antichi, i pianeti non erano sfere di roccia o di gas, ma divinità che attraversavano il cielo avvolte nella loro stessa luce. Giove e Venere erano così importanti da prendere il nome delle massime divinità romane: il re dell’Olimpo e la dea dell’amore, della bellezza e della fertilità.
Questo legame profondo ha gettato le basi dell’astrologia e dei moderni oroscopi. All’epoca, infatti, astronomia e astrologia erano la stessa identica disciplina: l’osservazione matematica del cielo serviva a decifrare la volontà divina e a comprendere l’impatto degli astri sulla Terra.
Ci sono voluti giganti come Copernico, Galileo e infine Newton per rompere il dogma dell’incorruttibilità dei cieli: Copernico ha ridimensionato la Terra, declassandola a uno dei tanti pianeti che orbitano attorno al Sole; Galileo ha puntato per la prima volta un cannocchiale verso l’alto, svelandone la vera natura: le fasi di Venere, i satelliti di Giove, le strane “orecchie” (gli anelli) di Saturno; Newton ha spiegato il perché di tutti questi movimenti grazie alla legge di gravitazione universale.
Dalla fine del secolo scorso, l’avvento delle missioni spaziali ci ha permesso di accorciare le distanze. Abbiamo visitato ognuno di questi mondi coi loro satelliti naturali con sonde automatiche, fotografandoli, analizzando le loro atmosfere e mappando le loro superfici, fino a conoscere vita, morte e miracoli di ciascuno di essi.
Tutta questa straordinaria scienza, però, non toglie nulla alla poesia. E la sera, l’incanto di una serata passata col naso all’insù resta intatto.
A proposito, il prossimo 12 agosto al tramonto potremo godere del più bello spettacolo astronomico: la Luna coprirà il disco del Sole e l’eclissi sarà totale in Islanda e Spagna, ma potremo ammirare una parzialità del 92% quando il sole tramonterà sull’orizzonte marino della costa toscana. A seguire, per gli appassionati, la notte di San Lorenzo, quando la Terra attraverserà lo sciame delle perseidi, il cui picco sarà proprio nella notte tra il 12 e il 13 agosto. Buona osservazione del cielo!

Venere e Giove sopra l’Osservatorio Carnegie Las Campanas nel deserto di Atacama in Cile. (credito: Yuri Beletsky)
Il Piano Nazionale per il Ripristino della Natura: una occasione da non sprecare
Immagine: ISPRA
Il Regolamento UE 2024/1991, sul “Ripristino della Natura” entrato in vigore nel 2024 è un atto normativo dell’Unione Europea che mira a salvaguardare e ripristinare la biodiversità e la salute degli ecosistemi terrestri e marini.
Rappresenta un gesto politico importante, una potente sfida per provare ad arginare il degrado climatico, attuando metodologie che tengano conto non solo della quantità, ma anche della complessità e della qualità degli habitat.
Ogni Stato membro per adeguarsi dovrà predisporre un Piano Nazionale per il Ripristino (PNR) finalizzato ad un graduale miglioramento degli ecosistemi (terrestri, marini, urbani, forestali e agricoli) che risultino degradati, da realizzare secondo precisi obiettivi e scadenze: il 30% degli habitat al 2030, il 60% al 2040 e il 90% al 2050.
Anche l’Italia è quindi chiamata a redigere il proprio PNR, che dovrà essere completato entro il 1° settembre 2026 e dovrà contenere il monitoraggio del territorio e l’individuazione delle misure da adottare per raggiungere gli obiettivi stabiliti, declinate secondo le diverse tipologie di habitat.
A questo scopo il Ministero dell’Ambiente ha incaricato l’ISPRA per il coordinamento scientifico e tecnico relativo alla redazione del PNR. Ad oggi è stato predisposto uno studio preliminare sulla base del quale è stata avviata una consultazione pubblica (con termine al 24 giugno 2026), per raccogliere opinioni, suggerimenti e informazioni utili alla redazione del Piano.
Al momento i Comuni italiani che, secondo i criteri europei, saranno obbligati ad applicare il PNR sono 2.761 (su un totale di oltre 7.800). Ma tutti i Comuni sono comunque chiamati a monitorare lo stato delle proprie aree verdi e della biodiversità, e possono deliberare la propria adesione volontaria al PNR.
In particolare il Regolamento prevede che per gli ecosistemi urbani fino al 2030 ogni Comune debba garantire che non si registri alcuna perdita netta della superficie degli spazi verdi urbani né della copertura della volta arborea urbana rispetto al 2024. A partire dal 2031 si dovrà invece aumentare progressivamente la presenza di spazi verdi e alberi nelle città, promuovendo soluzioni basate sulla natura, la resilienza climatica e la biodiversità.
Questo comporterà una rivoluzione importante, perché gli strumenti urbanistici dovranno adeguarsi alla normativa europea, rivedendo le proprie previsioni riguardanti le trasformazioni del suolo già autorizzate, o introducendo azioni di bilanciamento quali la depavimentazione, la rigenerazione del suolo (senza l’importazione di terra fertile esterna) e la rinaturalizzazione.
A questo proposito è confortante il fatto che anche la SIU (Società Italiana Urbanisti) abbia dato il proprio appoggio al Piano, valutandolo come una occasione unica da non sprecare, e aprendo le porte ad una “urbanistica del togliere” più che dell’aggiungere.
Il comune di Fiesole non rientra direttamente nell’obbligo stringente previsto per i Comuni sopra i 20.000 abitanti, contando circa 13.000 residenti. Tuttavia, è pienamente coinvolto in quanto area periurbana della Città Metropolitana di Firenze e per la presenza di ecosistemi protetti da salvaguardare.
Inoltre essendo un territorio ricco di aree boscate e agricole, Fiesole sarà interessata dagli obiettivi del Piano legati al ripristino degli ecosistemi agricoli e forestali.
In particolare per il ripristino degli ecosistemi agricoli il Regolamento definisce tre obiettivi principali:
- Rafforzare la biodiversità degli ecosistemi agricoli.
- Garantire la produzione agricola sostenibile e la resilienza dei sistemi alimentari.
- Contribuire alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici
Secondo l’Allegato VII e l’articolo 11, le principali azioni raccomandate sono:
- Introdurre elementi caratteristici del paesaggio: creare o mantenere siepi, fasce tampone, stagni, alberi isolati, terrazzamenti, ecc.
- Aumentare la superficie gestita con approcci agroecologici: agricoltura biologica, agrosilvicoltura, rotazione delle colture, gestione integrata dei nutrienti.
- Ridurre l’intensità dei pascoli e dei regimi di sfalcio: promuovere pascoli estensivi e sfalci meno frequenti.
- Abbandonare o ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici: favorire pratiche a basso impatto.
- Ripristinare e riumidificare le torbiere drenate a uso agricolo: almeno il 30% entro il 2030, con una quota riumidificata.
- Non arare i prati e non introdurre sementi di erbe produttive.
Il PNR rappresenta dunque una occasione unica e una sfida comune a tutta la società, alla quale anche il Distretto Biologico di Fiesole dovrebbe partecipare, diventando promotore, secondo la propria specifica vocazione, di azioni mirate alla rigenerazione degli agroecosistemi.
I cibi del mese:
Verdure
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basilico, carote, peperoni, cetrioli, zucchine, bietole, spinaci, melanzane, scalogno, lattuga, sedano, cavoli, cipolle, fagiolini, ravanelli, cipollotti, pomodori, piselli, fave, asparagi, rucola, barbabietole, patate,
Frutta
-
albicocche, angurie, meloni, pesche, prugne, ciliegie, pere, pesche, fragole, nespole.
Pesce
-
triglia, cefalo, tonno, spigola, dentice, pesce spada, merluzzo, sgombro, nasello, sardina, sogliola, orata.

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